| Golem: Italia in provincia di Chernobyl | |||
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L'Italia
in provincia di Chernobyl di Silvia
Treves Viviamo
tutti nei dintorni di Chernobyl Robert P.
Gale e Thomas Hauser, La nube Il reattore L’elemento principale di un reattore
nucleare è il nocciolo, nel quale avviene la fissione del combustibile. Prima
di essere utilizzato l’uranio viene arricchito e convertito in pastiglie del
diametro di un centimetro e poco più lunghe, rivestite di ceramica e contenute
in tubi anticorrosione con un diametro di circa dodici mm e lunghi quattro
metri. I tubi vengono poi infilati nel reattore come sigarette sistemate in una
scatola cilindrica. La reazione a catena produce calore, se la velocità di
scissione è troppo elevata non è più possibile controllare la quantità di
calore prodotto e il nocciolo si surriscalda; per evitarlo si utilizzano barre
di controllo di acciaio inossidabile riempite di polvere di boro, o grafite, o
cadmio, che assorbono i neutroni in eccesso. Più barre vengono inserite fra i
tubi di combustibile più lenta è la reazione, più ne vengono ritirate e
maggiore è la velocità. Inserendole tutte, il reattore smette di funzionare. Tuttavia
le barre assorbono neutroni, non calore, quindi – per evitare la fusione del
nocciolo (meltdown) – è necessario che le barre di combustibile restino immerse
in acqua mantenuta in circolazione grazie a un sistema di pompe. I problemi più concreti e quotidiani
legati all’attività di un reattore a fissione riguardano l’eliminazione sicura
delle scorie e il rischio di fughe radioattive: un reattore di medie dimensioni
contiene una quantità di materiale radioattivo mille volte superiore a quello
liberato su Hiroshima. Così i reattori vengono alloggiati in contenitori di
sicurezza a pressione in acciaio inossidabile a loro volta immersi in strutture
di contenimento in cemento armato. Ma l’eventualità più catastrofica è la
possibilità di un meltdown definitivo; Il nocciolo potrebbe fondere, ad
esempio, se venisse a mancare l’energia per azionare le pompe dell’acqua di
raffreddamento e se tutti i numerosi impianti di raffreddamento ausiliari
facessero cilecca. Allora, l’acqua già presente nel nocciolo evaporerebbe,
lasciandolo allo scoperto; le barre di combustibile fonderebbero e così pure le
pastiglie di uranio, fino alla fusione definitiva del sistema; Alla fine il
nocciolo raggiungerebbe i tremila gradi centigradi, continuando a sprofondare
attraverso i rivestimenti esterni (Da questa immagine del nocciolo che
sprofonda nella struttura del pianeta, strato dopo strato, sino a uscire dalla
parte opposta – e dunque per gli Stati
Uniti dalla Cina – deriva il termine «sindrome cinese» del film omonimo). In
realtà, dopo varie esplosioni, il nocciolo entrerebbe in quiescenza a circa 20
metri di profondità. Il meltdown la fusione del nocciolo sarebbe un
evento di proporzioni terrificanti, con decine di migliaia di morti e almeno
centomila feriti gravi. Semplificando al massimo, le lesioni da radiazioni
possono essere di due tipi: quelle
secondarie a una esposizione considerevole, alla quale seguono danni gravi al
sistema nervoso, agli elementi del sangue, al midollo osseo e all’apparato
gastrointestinale e la morte di milioni di cellule, con decorso spesso mortale.
Il secondo tipo di lesioni, secondario a una esposizione ridotta o moderata,
segue un decorso a lungo termine, con deposito delle particelle radioattive in
vari organi: stronzio 90 nelle ossa, iodio 131 nella tiroide, cesio 137 in
tutte le cellule: degradandosi ogni particella radioattiva danneggerà, soprattutto
a livello del corredo genomico, le cellule vicine, sia quelle somatiche (con il
rischio di sviluppare tumori), sia quelle riproduttive, cosicché i danni
diventeranno ereditari, colpendo anche la discendenza. Purtroppo, mentre il tempo di
dimezzamento (cioè quello necessario perché la quantità di radiazione si riduca
alla metà) dello iodio 131 è di 8 giorni, quello dello stronzio 90 è di 28
anni, quello del cesio 137 di 33 e quello del plutonio di 24.000: come dire che
metà di tutti gli atomi di plutonio liberati a Chernobyl dureranno circa sino
al 26.000, un quarto di esse sino al 50.000… Chernobyl era una città antica,
fondata circa tre secoli prima che Colombo «scoprisse» l’America. Era capitale
amministrativa della Polessia, una ragione a ottanta chilometri a nord di Kiev,
la capitale dell’Ucraina, una regione di acquitrini, laghi e foreste che si
estende per ottocento chilometri, sino all’interno della Bielorussia e a ovest
sino al confine con la Polonia. Chernobyl sorgeva su una piccola elevazione presso
il Pripyat, che qui affluisce nel Dnieper Per ottocento anni la sua gente è
vissuta coltivando segale e patate e allevando bestiame. Negli anni sessanta
dello scorso secolo, Chernobyl era diventata un centro regionale, con un
ospedale, un istituto tecnico, la scuola agricola, il conservatorio, piccole
imprese industriali, fabbriche alimentari, e un cantiere navale per riparare le
navi che navigano i due fiumi. La centrale venne costruita a venti chilometri a
nord di Chernobyl vicino al confine bielorusso, e la prima unità fu inaugurata
il 26 settembre 1977: immetteva nella città di Kiev mille megawatt, facendo
risparmiare tre milioni e mezzo di tonnellate di carbone l’anno. Dopo
l’incidente delle ore 1.23 del 26 aprile 1986 è diventata, come altre 178 città
e centri evacuati, un luogo deserto, svuotato (almeno apparentemente) di vita,
sullo sfondo di una foresta silenziosa. L’incidente All’1.24 di sabato 26 aprile 1986,
durante una fase di spegnimento per manutenzione del reattore 4 e mentre era in
corso un test sperimentale sui sistemi di emergenza, due esplosioni ne
distrussero il contenitore di cemento da 1000 tonnellate. Frammenti del
nocciolo, materiale e vapore radioattivo vennero disseminati attorno alla
centrale contaminando aria e suolo per più di 100 chilometri. La nube
radioattiva contaminò un'area immensamente più ampia. I morti direttamente
coinvolti nell’esplosione e nei primi soccorsi furono trenta, 8000 persone e
circa 20 milioni di contaminati nell’ex URSS. Quel giorno due comunità di tecnici
erano presenti contemporaneamente, gli operatori della centrale, maggiormente
interessati «alla tenuta complessiva dell’impianto e alle condizioni di marcia
normali» e quelli venuti da Mosca che «erano orientati a “sforzare” il sistema
il più possibile per eseguire il test». Le indagini successive sottolinearono i
gravi errori di valutazione di entrambi i gruppi: i tecnici locali avrebbero
sottovalutato irreparabilmente l’impatto del test sulla sicurezza
dell’impianto, nonostante la disattivazione del sistema di emergenza di
raffreddamento del nocciolo; gli operatori di Mosca, invece, non sarebbero
stati in possesso delle conoscenze e dell’esperienza relative a un impianto con
le caratteristiche di quello di Chernobyl. Durante le fasi cruciali dell’esperimento
vennero più volte violate le procedure e norme di sicurezza. Riassumiamo gli avvenimenti: 25/4 Ore 13.00: il test inizia con la
progressiva riduzione di potenza del reattore 4. Ore 14.00: viene scollegato il sistema
di refrigerazione del nocciolo senza comunicazione e autorizzazione all’ente di
sicurezza della centrale ---> violazione delle norme di sicurezza. Ore 23.00: il controllore autorizza
l’ulteriore diminuzione di potenza (nonostante che il tipo di reattore in uso a
Chernobyl a bassa potenza diventi instabile) ---> conflitto con le
caratteristiche di costruzione del reattore. Ore 23,10: viene escluso il sistema di
regolazione automatico per la discesa di potenza. 26/4 Ore 0.28 gli operatori riescono a
riportare il sistema al 7% della potenza massima e decidono di continuare il
test invece di riportare l’impianto al normale funzionamento. ---> È
l’inizio del disastro. Ore 1.00: si continua il test
nonostante il reattore funzioni ormai con circa 6-8 barre di controllo invece
delle almeno 30 previste. ---> violazione delle procedure di sicurezza. Ore 1.03: vengono azionate, oltre alle
6 già in funzione, altre 2 pompe di circolazione dell’acqua. --->
sovraccarico della portata d’acqua ben oltre le norme previste. Ore 1.10: il sistema di spegnimento
del reattore viene disattivato per impedirne lo spegnimento e quindi il blocco
del test. Per mantenere stabile la potenza in diminuzione del reattore vengono
estratte alcune delle già scarsissime barre. ---> violazione delle procedure
di sicurezza. Ore 1.22’30”: il computer avvisa che è
necessario spegnere il reattore, ma i tecnici ignorano l’avvertimento e
cominciano l’esperimento. ---> violazione delle procedure di sicurezza. Ore 1.23’04”: nel nocciolo la
produzione di vapore aumenta, la potenza cresce rapidamente a causa del calo di
acqua. Ore 1.23’16”: gli operatori si rendono
conto del pericolo e il caposquadra ordina il rapido spegnimento del reattore
ma le barre si bloccano. La situazione è ormai irreversibile. Ore 1.24’00”: la prima esplosione di
vapore. Ore 1.24’03”: la seconda esplosione,
probabilmente di idrogeno, scoperchia il nocciolo e fa crollare l’edificio. Accorsero i pompieri da Pripyat. Gli
altri tre reattori continuarono a funzionare nonostante il rischio di altre
esplosioni e furono spenti soltanto dopo molte ore. Continuarono a funzionare
anche gli impianti di ventilazione, favorendo la contaminazione che – in caso
di spegnimento tempestivo – sarebbe stata più contenuta. I tre reattori
superstiti furono chiusi definitivamente nel 1992. Oltre alle violazioni involontarie e
volontarie delle norme e delle procedure di sicurezza e all’ignoranza dei
tecnici, anche alcune caratteristiche specifiche del tipo di impianto furono
determinanti per il verificarsi dell’incidente: La tendenza del reattore
all’instabilità e ai salti di potenza. Un sistema di arresto rapido poco
efficace. La mancanza di un vero contenitore
resistente alla pressione La necessità, per gli operatori, di
effettuare «a tutti i costi» e con risultati soddisfacenti il test – già
rifiutato dalle équipe di altri impianti nucleari russi perché ritenuto troppo
pericoloso. La scelta di effettuare il test
proprio nell’impianto di Chernobyl, che in passato aveva già mostrato
disfunzioni La segretezza che, in URSS, circondava
tutto ciò che riguardava l’energia nucleare non consentì ai tecnici di venire a
conoscenza che si erano già verificati alcuni incidenti a reattori simili a
quello di Chernobyl (a Leningrado – uno gravissimo nel 1975 – e a Bieloyarsk) e
di imparare quindi da questi «errori». Un disastro organizzativo La natura «organizzativa» del disastro
di Chernobyl ha evidenziato alcuni limiti propri delle grandi organizzazioni,
che sono sistemi troppo complessi e vasti e, al contempo, troppo rigidi per
essere gestiti in condizioni di sicurezza e prevenzione del potenziale
catastrofico. Per motivi di ordine economico, politico e sociale, le
organizzazioni (private e pubbliche) tendono non soltanto a nascondere gli
errori, soprattutto se di grande portata, ma anche a ignorare o sottovalutare i
segnali di pericolo, le richieste, le proteste, i rapporti che li hanno
preceduti. La nostra società tende anche ad attribuire la «colpa» di un
disastro a qualcuno piuttosto che a considerare l’errore o il cattivo risultato
come il prodotto di una situazione specifica. Questo tipo di valutazione fa
apparire l’errore come eccezionale, eliminabile semplicemente eliminando (e
punendo) il «colpevole», e non come frutto di pratiche consolidate all’interno
di contesti poco efficienti. Ho tratto tutte le citazioni e gran
parte delle informazioni precedenti dal saggio Da Chernobyl a Linate, incidenti
tecnologici o errori organizzativi? (Carocci 2002) di Maurizio Catino (altre
fonti sono indicate in bibliografia). L’autore sottolinea la necessità di una
nuova «etica» dell’errore che consideri ogni errore di gestione non più come
esperienze conoscitive negativa, non evento eccezionale da nascondere ma «fonte
di apprendimento». Analizzando in maniera innovativa numerosi incidenti
organizzativi di vasta portata all’estero e in Italia, Catino dimostra come
l’analisi degli incidenti nelle organizzazioni dovrebbe partire non dalla
ricerca dei «colpevoli» ma dallo studio delle dinamiche organizzative più ampie
e delle responsabilità gestionali. Un altro testo molto recente, Una
preghiera per Chernobyl, della giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic
(edizioni e/o) utilizza un approccio «diverso» al disastro: un’indagine conoscitiva che potremmo
superficialmente definire emotiva e non razionale. I termini «indagine
conoscitiva» e «irrazionale» sembrano antitetici ma spero di dimostrare che non
è così. Il libro riporta alcune informazioni
indispensabili a inquadrare il disastro e soprattutto i suoi effetti in
Bielorussia, dove non esistono centrali nucleari (ma altre due, oltre quella di
Chernobyl le sono molto prossimi: la piccola Bielorussia, con una popolazione
di circa dieci milioni di abitanti ha perduto nel disastro «485 tra cittadine e
villaggi. Di questi, 70 sono stati interrati per sempre. […] oggi un bielorusso
su cinque vive in zone contaminate. Si tratta di 2,1 milioni di persone, fra
cui 700.000 bambini […] nelle regioni […] maggiormente colpite il numero dei
decessi è stato superiore del 20 per cento a quello delle nascite». Il 70 per cento dei radionuclidi rilasciati
nel disastro è ricaduto sulla Bielorussia, il 23 per cento del suo territorio è
contaminato in maniera altissima. Ma Chernobyl non è soltanto un problema bielorusso:
la dispersione delle sostanze volatili fu globale: il 29 aprile vennero
registrate in Polonia, Germania, Austria, Romania, il 30 in Svizzera, e Italia
settentrionale, l’1 e il 2 maggio in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Gran
Bretagna, Grecia, il 3 in Israele, Kuwait, Turchia, il 2 maggio vennero registrate in Giappone, il
4 in Cina, il 5 in India, il 6 negli Stati Uniti e in Canada. «Ci volle meno di
una settimana perché Chernobyl diventasse un problema del mondo intero». Il
resto del saggio, circa 270 pagine, è costituito soltanto di interviste: a
parlare sono le persone più disparate, la prima è la moglie di un pompiere di
Pripyat, accorso alla centrale nei primi minuti dopo il disastro; il marito non
può testimoniare, è sepolto insieme a tutti i suoi compagni in bare di zinco e
sarcofagi di piombo e cemento in un cimitero militare dedicato solo a loro: gli
eroi non si possono toccare perché «sparano» come piccoli ordigni nucleari, la
cerimonia è stata celebrata a passo di carica e tutti hanno preferito
dimenticare. Del resto c’erano tanti altri da seppellire, a cominciare dalle
prime infermiere che avevano assistito gli eroi senza le dovute precauzioni. I vecchi contadini della regione
credevano di aver già visto di tutto nella loro vita, ai tempi della seconda
guerra mondiale. Si illudevano di non dover più abbandonare la loro terra, così
il giorno prima dell’evacuazione un vecchio e sua moglie «avevano preso la loro
vacca e, senza allontanarsi di molto, si erano nascosti nella foresta. Avevano
aspettato là che tutto fosse finito. Come durante la guerra… Quando durante le
spedizioni punitive incendiavano i villaggi…». Ma se la prima volta era stata
una tragedia, adesso erano una perfida farsa, perché i tedeschi si vedevano, le
radiazioni no, e nessuno capiva perché improvvisamente le barbabietole, le
patate, i frutti del bosco invece di essere raccolti dovessero venir seppelliti
a grande profondità. L’anima russa, qualunque cosa sia, è anche profondamente
ironica, e ha sintetizzato la follia della situazione in barzellette fulminati:
«Si possono mangiare le mele di Chernobyl? – chiede un ascoltatore di radio
Erevan. Risposta: Certo che si possono mangiare, però i torsoli vanno
sotterrati molto in profondità». Tra le testimonianze più significative quelle
dei liquidatori, ossia di tutti coloro, soprattutto militari, che – più o meno
volontariamente – lavorarono a sgombrare le macerie e a costruire il sarcofago
del reattore, a sfollare i contadini, a impedire loro di raccogliere le patate,
bere il latte delle loro mucche, portarsi via i pochi beni di famiglia o il
gatto (i cani vennero abbattuti facilmente dai cacciatori incaricati, ma i
gatti diedero filo da torcere…), a tener lontano i saccheggiatori. Quest’ultimo
compito si rivelò virtualmente impossibile: gli sciacalli rientravano nei
villaggi per svuotarli passando attraverso i boschi, esattamente come i
contadini malati di nostalgia; ci sarebbe voluto un cordone umano lungo
centinaia di chilometri per impedire loro di portare via ogni bene commerciabile:
«Tutta la zona è stata spostata fuori della zona…», sintetizza uno dei soldati.
Ed è finita, radioattiva com’era e pezzo per pezzo – servizi da tè, credenze,
televisori, motociclette, abiti – sui mercati della regione, finendo chissà
dove. Ma chi convinse i liquidatori a
rischiare, lavorando intorno a Chernobyl? Qualcuno di loro accettò in nome dei
benefici la dacia (che molti riuscirono a godersi per poco tempo…), un
appartamento più grande (sapete, vero, che nell’ex URSS la mancanza di
appartamenti è cronica, al punto che la maggior parte delle famiglie coabita in
spazi ristretti con altre famiglie?) o magari un posto all’asilo per il figlio
(già!), La maggior parte di loro, però, era gente tosta, militari sopravvissuti
all’Afghanistan e convinti (anche dopo partiti, perché le autorità furono molto
parche di informazioni sui rischi e le dosi accettabili di esposizioni) di
avere già visto il peggio. Invece no, perché a Chernobyl vissero una delle
situazioni più assurde e allucinanti che sia dato immaginare: una natura
rigogliosa e indomabile che, satura di radiazioni mortali, esplodeva in una
incredibile fioritura. Eppure dovettero spiegare ai contadini che bisognava non
soltanto lasciare andare in malora il raccolto, ma anche «arrotolare» prati e
boschi metro a metro e seppellire la terra sotto altri strati di terra. Ma
soprattutto dovettero ricoprire ciò che rimaneva del maledetto «Numero 4»
giorno per giorno, armati di badili e protetti da un camice, un berrettino
bianco e una maschera di garza ciascuno. Quando la «divisa» era sporca ci
pensavano alcune donne a lavarla. A mano. Alcuni, le «cicogne», scavavano
proprio sul tetto del reattore; lassù, a causa delle radiazioni « i robot
andavano presto in avaria e i macchinari davano i numeri. Noi invece continuavamo
a lavorare. E ne eravamo molto fieri». Gente tosta, appunto. Ma poco informata,
come il veterano dell’Afghanistan, volontario a Chernobyl, che al ritorno
regalò al figlioletto il berretto che aveva tenuto in testa per tutta la
missione. Orgoglioso del padre, il bambino non lo toglieva mai: «Di lì a due
anni gli hanno diagnosticato un tumore al cervello… Il resto può aggiungerlo
lei… Non mi va di parlarne…». Così tutti laggiù, cercando invano di
salvare il raccolto o seppellendolo sotto quintali di terra, facendo gli eroi o
gli sciacalli o sparando ai gatti abbandonati con dolore dai bambini («Non
ammazzare la nostra Zulca. È una brava gatta…») diventarono «chernobyliani»
reduci dalla guerra peggiore e più subdola perché «con Chernobyl è tutto il
contrario [del nemico in guerra, N.d.R.]. Ti ammazza dopo che sei tornato». Eppure, sembra incredibile, ma c’è chi
a Chernobyl si è rifatto una vita. Chi ha scelto di lasciare la propria terra
per stabilirsi oltre la linea invisibile che separa i chernobyliani dal resto
del mondo. È gente nuova, arrivata «dopo» il disastro, che proviene dagli unici
posti dove la vita è peggiore e la morte più vicina e invece di farsi aspettare
ti fredda in mezzo alla strada: le zone di guerra civile, il Tagikistan, la
Cecenia, la Chirghisia: «Perché siamo venuti qui? Sulla terra di Chernobyl? Perché
siamo sicuri che da qui non ci cacceranno. Da questa terra. Che ormai è terra
di nessuno». Gente russa che ha vissuto in pace in altre repubbliche, convinta
di far parte di un grande paese socialista e si è ritrovata improvvisamente ad
abitare abusivamente nella «patria» di qualcun altro: Abbiamo perso due patrie in una sola
volta: il nostro Tagikistan e l’Unione Sovietica […] come vanno le cose laggiù?
cosa sta succedendo Ma io non voglio neanche saperlo. La gente mi fa delle domande… Si
meraviglia… Non capisce: «Vuoi ammazzare i tuoi figli?». Non li ammazzo, li
salvo… Ma lo vedete o no che a quarant’anni sono già tutta bianca?!… Restano a
bocca aperta… Non capiscono: «Porteresti i tuoi figli in un posto dove c’è la
peste o il colera?» So cosa significano la peste e il colera, è da lì che
vengo… E c’è persino chi nel paesaggio lunare
della città evacuata, coglie finalmente tutta l’assurdità della retorica di
partito: tessere della Gioventù comunista, diplomi di merito dispersi per le
stanze vuote, i cartelloni della propaganda di regime, i ritratti dei Capi a
guardia di luoghi morti, ha imparato a essere libero: «Mi ci sono voluti tre
anni… tre anni… per restituire loro la mia tessera di partito. Il mio libretto
rosso… E così mi sono liberato proprio nella zona recintata… Chernobyl mi ha
fatto esplodere il cervello… Sono diventato un uomo libero…» Il libro è terribile, eppure a tratti
si ride, esattamente come rideva la gente là, per non lasciarsi morire,
raccontandosi freddure sul tempo di dimezzamento di una torta radioattiva a
Kiev o barzellette sulla riluttanza dei «volontari» Un marito torna dal lavoro e si
lamenta con la moglie. Mi hanno detto: «Domani o vai a Chernobyl o restituisci
la tua tessera del partito». «Ma tu non sei nel partito! «Appunto, è proprio
questo che mi preoccupa: dove la trovo per domattina una tessera del partito da
restituire?» Sì, sul piano umano Una preghiera per
Chernobyl va letto assolutamente. Ma questo è il Golem, e voi, forse siete
ricercatori, docenti, cittadini informati convinti che da una parte ci siano la
gente, il dolore, la tragedia, le vicende personali, il «fattore umano» e tutto
ciò che riguarda la dimensione «politica», e, dall’altra parte, ben separata da
un fossato invalicabile ci siano l’oggettività scientifica, le norme di
funzionamento che devono essere (e non sono state) rispettate, le analisi di
rischio, le probabilità che un simile macello si verifichi. Una preghiera per
Chernobyl sta indiscutibilmente nella prima parte del campo, mentre il libro di
Catino sta nella seconda. Ma siete proprio sicuri? Siete certi che le analisi
del rischio abbiano a che fare soltanto con i numeri? Certo, si può valutare anche il
«fattore umano», la probabilità che gli operatori «sbaglino», che, ad esempio,
si addormentino in servizio, o che vadano a prendersi un caffè alla macchinetta
in fondo al corridoio proprio mentre vira al rosso l’indicatore (l’INDICATORE
che tutti i film ispirati a Chernobyl e a Three Miles Island a un certo punto
mostrano in primo piano mentre la colonna sonora sale di tono). Ma è sufficiente conoscere la
percentuale di «rischio» per decidere? L’antropologa Mary Douglas, in Rischio e
colpa (il Mulino, 1996), un libro non recentissimo ma ancora in catalogo che vi
consiglio di leggere), sostiene che il problema è molto più complesso Nel suo saggio (che non parla di
Chernobyl perché fu scritto nel 1989, quando il disastro era ancora troppo
recente per essere valutato da un punto di vista antropologico) Mary Douglas
inquadra il problema del rischio accettabile nell’ambito delle scienze sociali,
partendo dalla constatazione che le crescenti conoscenze umane e le loro
ricadute tecnologiche non sono sufficienti a proteggere l’umanità dal «rischio»
(e forse lo hanno aumentato). Quanto pesa sulla valutazione del rischio il
fattore umano, inteso come individuo e come «struttura generale dell’autorità
nell’istituzione»?, si chiede Douglas, e qual è il ruolo della coscienza
individuale e collettiva nella definizione di rischio e di responsabilità? Il concetto di rischio è emerso a poco
a poco da una elaborazione matematica della teoria delle probabilità del gioco
d’azzardo. Il concetto di aspettative basate su modelli di frequenze ha preso
il posto delle vecchie teorie della causalità in tutte le scienze. L’idea comune degli analisti del
rischio è che l’uomo della strada fatichi a pensare in termini probabilistici. Una delle questioni affrontate nelle
ricerche sulla percezione del rischio è: gli individui sono in grado di
percepire gli eventi poco probabili? E come li percepiscono? Nei tardi anni cinquanta si diffuse un
generale ottimismo sulla possibilità che l’energia nucleare avrebbe assicurato
al mondo una condizione permanente di prosperità […]. Si credeva che fossimo
capaci di riconoscere i pericoli concreti, quelli la cui cause sono
oggettivamente identificate, sostenute dall’autorevolezza di validi esperimenti
e di valide teorie. Col passare degli anni, però, la
situazione si rivelò ben diversa; sul finire degli anni settanta, mentre già
dominava un capitalismo disposto, per difendere i propri interessi immediati, a
mettere in pericolo i lavoratori e i cittadini, a sperperare le risorse
ambientali del pianeta e a ipotecare il futuro di tutti, cominciò a emergere
una nuova figura professionale: l’analista del rischio. Visto alternativamente come difensore
dell’ambiente e dei diritti umani o come «servo» del capitalismo e come
ammortizzatore del conflitto sociale ed economico, l’analista (se onesto)
aspira a valutazioni «oggettive», asettiche, non influenzate da convinzioni
personali o politiche; si sforza quindi di esprimere il «rischio», cioè
l’entità delle perdite e dei guadagni che una certa scelta comporta, nel
linguaggio neutro della probabilità relativa. Ma questo modo di presentarlo,
concentrato esclusivamente sulla capacità cognitiva della società e degli
individui, lascia sistematicamente in ombra il «fattore umano», i rapporti
sociali, i contesti culturali di chi scegliendo provoca il rischio, di chi lo
valuta e di chi potrebbe subirne le conseguenze. La valutazione del rischio,
dice Mary Douglas, deve necessariamente essere «politica», perché «politiche»,
ossia collettive, ne sono le conseguenze; il linguaggio asettico dei numeri, in
realtà, elude il problema, perché le questioni etiche e politiche, così come
l’arco temporale di rischio sono molto più vicini e chiari per la mente umana
di una classifica percentuale. Per spiegare il concetto mi servirò di
un esempio citato dall’autrice. Per una futura madre, è meglio correre
il rischio di avere un figlio affetto da sindrome di Down (poniamo 1
probabilità su 200, a una certa età della donna) o correre il rischio che
l’amniocentesi danneggi il feto? (1 su 100). La prima alternativa è più sicura,
ma le considerazioni etiche sulla difficoltà e sull’angoscia, protratte nel
tempo, di allevare un figlio nella prima ipotesi (e di decidere della vita di
un altro) pesano quasi sicuramente di più dei numeri. Una madre sicuramente
valuta (dando poi la risposta che ritiene più «giusta») in base alla percezione
e alla comprensione del «rischio» – dell’entità del pericolo, non della sua
probabilità – escludendo quella che ritiene l’eventualità peggiore. In altre parole, la vera questione è
l’accettabilità del rischio, non la sua probabilità; l’analista potrà anche
dire che la possibilità di fusione del nocciolo di un certo impianto è
estremamente bassa, ma solo politicamente è possibile decidere se il rapporto
costo/benefici della – improbabile, certo(!) – fusione e la durata nel tempo
dei danni (parliamo di almeno centinaia di anni, vero?) non sia troppo alto per
essere accettabile. Inoltre va tenuto presente che, nella
nostra società globale, i rischi non sono equamente distribuiti. I paesi ricchi
spediscono le loro scorie tossiche a quelli poveri, li spingono a ridurre
drasticamente le foreste, affidano loro benevolmente le produzioni più
«sporche», sperperano e inquinano in misura inaccettabile le risorse di tutti. Anche
al loro interno, sono sempre le classi sociali più povere a effettuare le
lavorazioni più pericolose, ad avere scarso accesso a cure costose e a essere
meno tutelate. Che senso ha, allora, parlare di rischio in termini puramente
numerici e senza tener conto della percezione individuale e sociale del
rischio? La contadina cecena che ha trovato a
pochi chilometri dal reattore un rifugio dove ricominciare a vivere, sia pure
per un tempo limitato, è disposta a correre un rischio che io non correrei mai,
a meno che, s’intende, non avessi davanti prospettive di vita ancora minori e
peggiori. Entrambe conosciamo i numeri. Ma io sono qui, e lei ha «scelto» di
stare là (ma si può chiamare scelta la sua, tra una morte e un’infelicità
quotidiane e un’alta probabilità dilazionata nel tempo?). (Solo) per gli
analisti del rischio siamo uguali. E ancora: il veterano dell’Afghanistan, con
il suo peculiare modo di considerare il mondo e il soldato appena sposato, non
hanno la medesima percezione del rischio (numericamente uguale) di «morire di
Chernobyl»; il primo si offre volontario, il secondo rifiuta di andarci; forse
la loro diversa situazione li influenza sino al punto di capire diversamente le
(poche e poco chiare) spiegazioni date loro dai superiori e dai medici. Più in
generale, comunque, le cifre vere non sono state rese note ai «volontari» né è
stata loro dato un equipaggiamento idoneo. Hanno affrontato Chernobyl quasi a
mani nude. Quanto valutavano la loro vita le autorità sovietiche? Quanto la
valutavano i governi occidentali che invece di affidare il disastro alle
Nazioni Unite sono rimasti a guardare? Siete ancora sicuri, come gli analisti
del rischio ortodossi, che sia tutta e soltanto una questione di numeri? Il modo in cui noi analizziamo
comunemente il comportamento delle persone di fronte ai rischi è scorretto,
proprio perché separa una particolare questione del rischio dalle questioni
morali e politiche in cui la persona normalmente la vede incorporata […] invece
di isolare il rischio come problema tecnico, dovremmo formularlo in modo da
includere, per quanto rozzamente, le sue conseguenze morali e politiche. Gli analisti del rischio e gli
psicologi della percezione del rischio cercano di diffondere un’idea di rischio
accettabile indipendente dalle fedi politiche, ma i problemi della percezione
del rischio sono essenzialmente politici. Congressi e parlamenti rinunciano
all’esercizio delle loro specifiche funzioni quando delegano questi problemi
agli esperti del rischio. I dibattiti pubblici sul rischio sono dibattiti sulla
politica […] trattare l’accettabilità del rischio come un fatto tecnico
indebolisce la sovranità. Congressi e parlamenti dovrebbero riappropriarsi delle
proprie competenze. Quindi anche noi cittadini quando
deleghiamo le decisioni agli esperti rinunciamo a un dirittto/dovere che è
nostro. Perché scegliere, soprattutto nel caso di eventi improbabili di grande
impatto catastrofico, non può essere lasciato agli esperti: è un atto politico,
ha a che fare con la visione del mondo, con le aspettative per il futuro, il
nostro e quello dei nostri discendenti. Come possiamo pretendere di caricarlo
sulle spalle di pochi «eletti»? Eletti democraticamente – forse – ma pochi e,
in nessun caso, neutrali e «apolitici». Ma allora si pone il problema, enorme
specialmente nel nostro paese, degli strumenti indispensabili per scegliere:
dimestichezza con i quotidiani e con le fonti di informazione, accesso a una
buona divulgazione scientifica… Informazioni attendibili. Informazioni
visibili. Perché le notizie ci sono, compaiono, ma chi di noi riesce a
leggerle, mentre sfoglia un po’ stordito e un po’ trafelato le pagine dei
quotidiani e dei settimanali? Chi le vede, disperse fra altre centinaia di
un’attualità sempre più minacciosa e la «consolazione» di moda costume, nuove
tendenze? prendete questa, ad esempio, comparsa su D, supplemento a
«Repubblica», il 19 ottobre 2002: La Tokyo Electric Power Co (Tepco), il
più grande operatore giapponese di impianti nucleari, ha infatti ammesso di
aver falsificato i risultati delle ispezioni sulla sicurezza compiute in tre
importanti centrali in cui si trovano 15 reattori. La società ha rivelato
l’esistenza di incrinature, perdite e altri guasti che risalgono addirittura al
1986. Un’incredibile svista che fa dire a Yoichi Kikuchi, assistente presso
l’Università di Kagoshima ed esperto di impianti nucleari della General
Electric: «In caso di terremoto, avremmo rischiato una seconda Chernobyl o
Three Miles Island». La Tepco, naturalmente sostiene che, al di là di tutto, i
suoi impianti non pongono problemi di sicurezza… Ma… bè. andatevi a cercare la
notizia nell’archivio del giornale, così scoprirete anche che tre anni fa a
Tokaimura, un tentativo raffazzonato di mescolare combustibili nucleari aveva
rischiato di provocare un’autentica catastrofe a soli 125 chilometri da
Tokyo. Allarmismo? Necessità di montare un
caso per riempire qualche pagina? Sinceramente non lo so, ma non ho letto
smentite successive. D'altra parte, la smentita potrebbe essermi sfuggita,
anche se normalmente sono attenta a questi argomenti. Cosa dicevo della
visibilità delle informazioni? Succederà a molti altri lettori, posso
consolarmi. O no? E cosa devo pensare delle 1185 barre
con il combustibile del reattore sigillato di Caorso ? Sono al sicuro, i
tecnici della centrale montano la guardia, ma che ne faremo? Le lasceremo
sempre lì, al costo di 150 mila euro la giorno per il personale e la gestione
della centrale (dati riportati dal Venerdì di «Repubblica» del 18 ottobre)? Le
riporteremo in superficie (come sembra intenzionata a fare la Sogin, la società
che controlla attualmente le centrali nucleari), chiudendole in pesanti bare
d’acciaio del costo di 20 milioni di euro?
Sistemeremo le bare d'acciaio in un nuovo capannone, un «sito temporaneo
dei rifiuti» che il comune di Caorso, temendo che, come spesso accade in
Italia, «temporaneo» sia sinonimo di «a tempo indeterminato», non ha nessuna
intenzione di ospitare? Non intendo dire che là sotto, nel reattore, le barre
di combustibile siano un rischio… Ma non possono restare laggiù per sempre. O
sì? Non lo so. Ed è appunto questo, uno
dei fattori di rischio. Non so. Così, se abitassi a Caorso e se venissi interpellata, non saprei
decidere, dovrei dire «facciano gli esperti». E come stanno le altre centrali,
a Latina, a Trino Vercellese, a Garigliano? Ulteriore bibliografia Gale, R. P. e Hauser, T., La nube,
Sperling & Kupfer, Milano 1989. Read, P. P., Catastrofe, la vera
storia di Chernobyl, Sperling & Kupfer, Milano 1994 |
| Downloads per Golem: Italia in provincia di Chernobyl | ||
Aggiunta 28/04/06 | ||
Descrizione del file:Igor Kostin - Chernobyl. Confessioni di un reporter | ||
245 0 | Aggiornato: 29/4/2006 | |
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| Autore | Albero |
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