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Interzona: La Resistenza taciuta  
Autore: s_3ves
Pubblicato: 22/1/2005
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La Resistenza taciuta La Resistenza taciuta

ciò che a scuola non ci hanno detto

Nel 1976, anno della prima pubblicazione, La Resistenza taciuta di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina fu un libro fondamentale perché non soltanto colmava la grande lacuna relativa al ruolo delle donne nella Resistenza italiana ma analizzava anche come nel Dopoguerra, questo ruolo fosse stato ridimensionato, nascosto, taciuto.

Dopo essere divenuto rapidamente un classico della storiografia, La Resistenza taciuta, per vicissitudini editoriali, fu introvabile per quasi quindici anni.

Finalmente, nel 2003, dopo quasi 30 anni dalla prima edizione, Bollati Boringhieri lo ha riproposto nella sua interezza, cioè dopo un lavoro di ripristino anche del linguaggio originario delle intervistate, e con una illuminante prefazione di Anna Bravo.

Oltre a rendere di nuovo disponibile il saggio, la nuova edizione, esce in un momento molto particolare: questi sono anni nei quali, in nome di un facile ecumenismo che non aiuta a capire, alcuni vorrebbero cancellare ogni differenza tra chi si schierò dalla parte del nazifascismo e chi, invece, lo rifiutò e lo combatté; sono anche anni nei quali l'Occidente è costretto a riflettere sul significato di concetti come «democrazia», «libertà» e «pace», che troppo spesso ha dato per scontato o creduto gli appartenessero di diritto, a chiedersi che cosa significhino, oggi, per gli «altri», per il resto del mondo.

La Resistenza taciuta ha ancora molto da insegnarci, sia sul senso della Resistenza di allora, sia sul significato, oggi, di una Resistenza, civile e nonviolenta, in nome di beni universali come la democrazia, la pace, la libertà.

Con questo convincimento, LN-LibriNuovi, in collaborazione con le Biblioteche Civiche torinesi e con il Comitato pari opportunità dell'Università degli Studi di Torino, ha organizzato due incontri su libro.

Il testo che segue è il montaggio revisionato di due incontri a Torino (il primo del 10 marzo 2004 e il secondo del 29 marzo 2004) sul libro La Resistenza taciuta. Sono intervenute: Alida Vitale (A. V.) solo nel primo incontro, Anna Maria Bruzzone (A. M. B.) nel primo e nel secondo incontro, Angela Dogliotti Marasso (A. D. M.) e Rachele Farina (R. F.) solo nel secondo incontro (Silvia Treves)

A. D. M. - Il libro, come sottolinea Anna Bravo nella prefazione, fu un libro spartiacque per almeno tre motivi. 1) Perché fu uno studio sulla Resistenza delle donne. 2) Perché gli studi di storia orale della Resistenza debuttano con La Resistenza taciuta, al cui successo molto contribuì il fascino di questi racconti di vita. 3) Infine, e questo è forse il motivo meno evidenziato nelle recensioni, perché fa riferimento a un concetto storiografico recente, quello di Resistenza civile, cioè di una forma di lotta disarmata della popolazione civile, quindi anche delle donne, contro la violenza dell'occupazione nazifascista.

In un altro testo, In guerra senz'armi (1995) di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone, il concetto di Resistenza civile è pienamente utilizzato. Ne La resistenza taciuta non è ancora utilizzato come concetto storiografico autonomo, perché ancora non esisteva in quanto tale, anche se alcuni ricercatori avevano compiuto studi, pochissimo conosciuti, sulla resistenza civile in Norvegia. Fu il francese Jacques Sémelin a dare alla Resistenza civile dignità di concetto storiografico; Bravo e Bruzzone lo ripresero nel 1995 e da allora il concetto è entrato pienamente nella storiografia italiana.

Questo concetto è particolarmente importante e interessante come chiave di lettura della Resistenza italiana, perché ci consente di considerarla un fenomeno prevalentemente civile e popolare, più ancora e prima ancora che come fatto militare, superando così l'immagine della Resistenza come semplice partigianato in armi, un fenomeno che riguardò un numero limitato di persone, prevalentemente giovani e di genere maschile, cioè coloro che, allora, poterono permettersi di prendere le armi, entrare in clandestinità e andare a combattere. La categoria di Resistenza civile, in conclusione, conferisce alla Resistenza un significato molto più ampio e profondo, la trasforma in un fatto popolare, in quella rete diffusa di attivo sostegno civile e di lotta contro il nazifascismo che si è espressa in tantissime forme oltre quelle militari. Mi sembra di particolare importanza evidenziare e valorizzare queste forme di Resistenza civile non armata soprattutto oggi, di fronte alla drammaticità assunta dalla lotta contro l'ingiustizia, il terrorismo, il fascismo.

Ne La Resistenza taciuta queste forme ci sono tutte ed è interessante che, pur senza usare questa espressione, le donne intervistate parlino in maniera estremamente chiara della «Resistenza civile».

Ad esempio, Teresa Cirio dice:

C'è la Resistenza di un certo tipo, vista solo sotto il profilo militare. Allora tutti parlano della donna nella formazione. A me, per esempio. quando sono andata a parlare per il trentennale in una scuola, mi hanno chiesto: «Quanti tedeschi hai ucciso?» Certo, la donna in formazione era spesso la staffetta che correva su e giù con estremo pericolo, ma la donna in città aveva un compito più politico […] Io trovo che nella scuola è venuto fuori troppo l'aspetto militare. Invece bisogna dire cos'era la Resistenza come lavoro di massa. Bisogna considerare che si era in pieno fascismo, in pieno nazismo e c'era da fare tutto un collegamento, tante iniziative (pp. 90-91).

Qui il concetto di Resistenza civile è già pienamente espresso, ed è significativo che i ragazzini chiedano quanti partigiani abbia ucciso, riferendosi al vecchio paradigma della Resistenza armata. Teresa risponde che no, non è stata soltanto questo. In realtà tra le partigiane intervistate nel libro c'è un'unica vera combattente, Elsa Oliva. E Tersilla Fenoglio Oppedisano dice:

L'8 settembre io sono scesa a Alba e sono andata davanti alla caserma: ho visto i nostri soldati che consegnavano i fucili mentre i tedeschi ammucchiavano le armi all'interno del cortile; sono entrata, e ho visto che tenevano prigionieri i nostri. In quel momento è scattata la molla del patriottismo contro il tedesco in casa. L'indomani io e qualche altro ci siamo messi in mezzo alla strada tutto il giorno, a bloccare i camion carichi dei nostri soldati che arrivavano dalla Francia e volevano tornare a casa loro, al Sud. Dicevamo: «Non andate giù, se no vi pigliano prigionieri e vi portano in Germania». Quella era già Resistenza. La Resistenza è nata di lì (p. 158).

Qualche volta le partigiane esprimono chiaramente anche il rifiuto della guerra e dell'uso delle armi, ad esempio, sempre Tersilla dice:

La Resistenza è proprio la guerra dei disertori, la guerra degli imboscati, cioè gente che va nei boschi perché non la piglino. «E se venite a pigliarmi afferro un mitra e vi sparo!» Imboscati proprio in questo senso. È il primo momento nella storia in cui ci si ribella alla guerra e ai fautori della guerra. In questo senso è importantissima la Resistenza. Io non so se sia opportuno dire queste cose, ma penso che bisogna dirle, anche per demistificare la figura dell'eroe che si butta nella guerra, il nazionalismo, il milite ignoto e mille storie di questo genere. Io mi trovo un po' isolata a dire queste cose perché al Partito non si dicono, nella scuola non si dicono e si fa soltanto l'elogio del volontarismo della massa del popolo italiano che si arma e combatte, mentre, quando si va a vedere sotto sotto, appare quell'aspetto del rifiuto della guerra, che pure è importantissimo (pp. 162-163).

Tersilla, qui, usa i termini «imboscati» e «disertori» in senso positivo, il che non è da tutti, non è affatto scontato. Chi poteva dire questo se non una donna? La chiarezza con cui denuncia il rischio del nazionalismo, in una guerra che pure era stata anche di liberazione nazionale, e il rischio del militarismo, in una guerra che fu durissima e combattuta, rivela una lucidità e una lungimiranza notevoli. E dice ancora:

Io non ho mai usato armi, non le avrei mai usate e non avrei mai sparato, perché ho sempre avuto una gran paura di far male al prossimo. Facevo solo azione difensiva. È assurdo, ma era così, forse per i residui cattolici che avevo. Comunque, per il lavoro che facevo, non dovevo essere armata: se mi avessero pescato con una pistola in tasca, sarebbe stata la patente da partigiana e mi avrebbero fucilato sul posto (p. 167).

Leggere brani di questo genere a scuola, a dei ragazzi, è estremamente significativo, perché mette in luce l'enorme ricchezza della Resistenza che, invece, rischia di essere ridotta alla sola lotta partigiana. Studiare la Resistenza in questo modo consente di evidenziarne due livelli, che Sémelin classifica come:

a) Resistenza civile complementare, la più facile da individuare, È tutto il lavoro logistico e di supporto alla guerra partigiana che coinvolgeva civili non in armi ma direttamente collegati all'azione militare: il lavoro delle staffette, di chi si occupava dei collegamenti, di chi procurava gli abiti e i documenti… A proposito del ruolo della staffetta, tanto spesso sottovalutato e definito un semplice contributo ausiliario, Elsa Oliva fa considerazioni molto interessanti, mettendone in evidenza tutti i rischi:

Anche nelle formazioni dei garibaldini la donna serviva per lavare, rammendare, al massimo far la staffetta. E rischiava più dell'uomo, perché le staffette rischiavano moltissimo: io avevo un fucile per difendermi, ma la staffetta doveva passare tutte le file, andare in mezzo al nemico, disarmata, e fare quello che faceva. E se era presa… Se mi avessero chiesto, come a tante donne staffette, di portare munizioni e espormi continuamente al pericolo, avrei risposto: «Vacci tu, che io rimango in postazione!» (pp. 154-55).

b) Resistenza non armata che si sviluppa in modo più autonomo e indipendente dall'azione militare e che esprime la capacità di lotta della società civile in termini di difesa, protezione, autoprotezione, resistenza vera e propria al dominio nazifascista.

La Resistenza taciuta presenta innumerevoli esempi di queste forme di Resistenza, compiute soprattutto dalle donne (e dalle intervistate in prima persona). Ho pensato di raggrupparle in quattro categorie principali:

1) Rifiuto di obbedire a pratiche imposte dal regime. Sono forme di non collaborazione, di obiezione, alla portata di tutti ma che non sono affatto praticate da tutti: non prendere la tessera del fascio, non dare la fede alla patria, non firmare per sostenere la guerra, non battere le mani al duce, non posare nelle fotografie facendo il saluto romano ecc. Sono azioni alla portata di un gran numero di persone, purché consapevoli del significato che questi rifiuti possono avere. Purtroppo, invece, ci furono i tesseramenti di massa, le folle osannanti, il sostegno alla guerra. Azioni di questo genere, se diventano sufficientemente numerose e diffuse, si trasformano da semplice testimonianza di una presa di coscienza a vera e propria opposizione. Per esempio, i docenti universitari che non presero la tessera furono pochissimi, la loro opposizione sarebbe stata ben più significativa se fossero stati più numerosi.

2) Azioni di difesa civile, di protezione della popolazione. Rifornire di abiti civili i soldati dopo l'8 settembre 1943, procurarsi medicinali per soccorrere i feriti, nascondere ebrei o soldati, inglesi fuggiti dai campi di prigionia tedeschi e/o accompagnarli in Svizzera, assaltare i carri per prendere il carbone, i docks per procurarsi i viveri. Sono azioni di resistenza legate alla vita materiale che servono a proteggere i perseguitati e la comunità aggredita garantendole spazi di sopravvivenza.

3) Azioni dirette di resistenza, organizzate contro la guerra e l'occupazione nazista: scioperi nelle fabbriche, commemorazioni di partigiani uccisi (è il caso del funerale delle sorelle Arduino citato da diverse donne), manifestazioni di protesta contro la guerra, attività inerenti la stampa clandestina di giornali e volantini, propaganda ai mercati, e in altri luoghi della quotidianità, come quelle ricordate da Albina Caviglione Lusso: «Pur senza contatti con l'organizzazione, continuavo a fare propaganda contro il fascio, al mercato, nelle botteghe, sui tram. Sentivo che questo era il lavoro che spettava alle donne comuniste» (p. 69).

4) Depotenziamento della capacità offensiva dell'avversario, ossia tutte quelle forme che servono a contenere e ridurre la capacità offensiva del nemico. Per esempio parlare ai soldati e alle guardie come fece Nelia Benissone Costa, durante l'assalto a un deposito di carbone del gruppo Fiat:

Abbiamo rotto i cancelli e abbiamo dato l'assalto al carbone… Siamo rimaste una trentina, perché noi non volevano solo una manifestazione, solo rubare il carbone. Era ben altro quello che volevamo fare. Cominciamo a parlare a queste guardie fasciste, anzi a questi operai, perché erano operai… Abbiamo fatto tutto un discorso politico, lunghissimo. Loro, in silenzio, oppure: «Andate via, donne, andate via, lasciate perdere, lasciate perdere!» «Ma è per voi! Non lo capite che combattiamo per voi?» (p. 43).

Qui si trattava di parlare a chi svolge un compito di offesa, di polizia o di controllo dell'ordine pubblico, facendogli capire qual è il suo vero ruolo. Rientrano in questa categoria anche i disarmi materiali di fascisti e anche il disarmo morale del nemico, la fraternizzazione, il riconoscimento del nemico come essere umano, tutte azioni che lo mettono in crisi nel suo ruolo di strumento di morte, svuotandone la capacità offensiva. Queste forme di resistenza furono fondamentali anche in altri casi storici, come durante la rivoluzione russa del febbraio 1917. Sempre a questa categoria appartengono le azioni di spionaggio, la distribuzione di volantini al nemico invitandolo alla diserzione ecc.

Tutte le azioni che ho elencato, nella loro diversità, hanno una caratteristica comune, possono essere compiute quasi da tutti e questo è, per me, il dato più significativo: esse dimostrano come, anche nelle situazioni più dure e più estreme, come l'occupazione nazifascista, sia possibile opporsi e non soltanto con le armi. Queste forme possono avere importanza ancora oggi, in mille situazioni di oppressione. È una resistenza innanzitutto morale, che parte dal sé, da una presa di coscienza, dal rifiuto di lasciarsi trasformare e abbrutire, di scivolare nell'indifferenza. Rileggendo questo libro, ho ripensato a Etty Hillesum, che compì prima di tutto un'opera di resistenza morale, rifiutando di lasciarsi trasformare.

Vorrei concludere con l'osservazione che nelle parole di tutte queste donne emerge un'autonomia di giudizio che spiega le loro scelte. Per esempio, Tersilla Fenoglio Oppedisano dice:

Andavamo a turno dagli industriali e dicevamo: «Mi manda il partigiano tal dei tali. Abbiamo bisogno che voi finanziate le formazioni. Allora, o ci date tanto oppure vengono giù loro e fanno saltare l'azienda» […] In principio ho fatto quel lavoro. E non l'ho mai detto a nessuno: è la prima volta che lo racconto. Sono cose che mi vergogno un po' a dire, perché si trattava di … c'è un termine del codice penale: ricatto, estorsione. Estorsione, a mano disarmata! Ma mi sembra che sia giusto sapere che, in fondo, le formazioni si finanziavano così (p. 159).

C'è una sensibilità morale straordinaria in questa sua ammissione, è la testimonianza di una persona che rifiuta di lasciarsi travolgere dalle regole della guerra e rimane se stessa anche in una lotta così dura ed estrema.

R. F. - Vorrei anzitutto dire che, a mio parere, questo nostro libro fortunato ha un quarto motivo d'interesse rispetto a quelli citati da A. D. M. La rivendicazione della necessità d'interessarsi alle donne nello studio di qualunque avvenimento, perché le donne sono un costante soggetto di storia. Si eviteranno così enormi lacune concettuali (siamo l'altra metà del cielo), permettendo che «non più dimezzato, il quadro del cammino dell'essere umano con le sue luci e le sue ombre […] possa essere meglio delineato e capito. Siamo convinte infatti che compito primario della storia sia salvare dall'oblio e indagare e ragionare sui motivi dell'occultato e del taciuto […]». Vorrei poi riprendere il discorso avviato durante la presentazione del libro organizzata dalla Regione Piemonte il 15 dicembre 2003. Allora ritenevo importante parlare di ciò che assieme a un gruppo di amiche si stava discutendo: un'associazione di donne che identificasse i valori imprescindibili della democrazia resistenziale. Ma oggi la situazione è diversa. Il libro ha avuto successo non solo perché presenta ancora una notevole freschezza ma perché addirittura, rileggendo il racconto delle tredici partigiane (la tredicesima fu Rita Reinarone), si scoprono aspetti e considerazioni che subito non erano stati afferrati.

Da novembre a oggi La Resistenza taciuta è stata presentata in molte città: La Spezia, Torino, Pontremoli, Verona, Aosta, Milano, Ancona. In questi giorni se ne parlerà a Brescia, Alessandria, Opera (grande cittadina dell'hinterland milanese), Trieste. Ho visto una presa di coscienza già avanzata, un movimento di donne e uomini in crescita sui temi della pace e della democrazia. Mi sono ricreduta. Non è il caso che la nostra generazione bruci in quest'idea di nuova associazione le sue ultime energie. Saranno le giovani donne che si autorganizzeranno e individueranno i punti cardine su cui attestarsi. A loro la direzione del movimento che loro stesse avranno creato. Le donne della nostra generazione dovrebbero rientrare nelle grandi associazioni partigiane, ormai decimate dal tempo, per eliminarvi il maschilismo ancora ampiamente diffuso.

Le vicende raccontate in questo libro nascono, quasi tutte, da un atto di mutua solidarietà delle italiane che, dal 1940 al 1943, avevano visto le loro vite investite da una violenta trasformazione.

Per tre anni «la meglio gioventù» era andata sottoterra. Figli e mariti erano stati uccisi o erano feriti o dispersi o prigionieri. Le case bombardate, i generi di prima necessità scarsissimi. Se non si sfollava si trascorrevano molte ore diurne e notturne nei rifugi delle città. E lì, insieme, discutevano della situazione generale. Gli uomini erano lontani, sparsi per il mondo dalla folle politica imperialistica del Fascismo. Quando giunse l'8 settembre, con allo sbando ciò che rimaneva dell'esercito italiano, senza più ordini, senza più indipendenza, «con il piede straniero sopra il cuore» come dirà Quasimodo, le donne, insieme, dissero: «Mai più guerre». Ricordo che nel paesino dove ero sfollata con la mia famiglia, vi erano pochi uomini ovviamente, rimanevano solo i vecchi e i ragazzi giovanissimi. Mio padre, sommergibilista, era a Singapore, i nipoti del padrone di casa, dispersi in Russia, il marito della vicina, con tre figlie piccolissime, in Croazia, un altro nipote a Montecassino. Ricordo che tutte erano d'accordo: «Non dobbiamo più permettere che si dichiari un guerra». Nei giorni successivi all'8 settembre le cose si aggravarono. La Wermacht aveva diffuso tra le sue truppe l'ordine che già era stato operativo in Polonia, in Russia, e nelle Repubbliche baltiche: nel caso, nel dubbio che un paese non fosse sicuro per le truppe tedesche, si procedesse pure alla strage. E vennero le stragi di Filetto, di Marzabotto, di Sant'Anna di Stazzema ecc. Di fronte a certe situazioni apocalittiche, le donne trovarono i loro nuovi valori non solo nel rifiuto della guerra, ma anche nell'antica prassi della solidarietà a chi soffre, al ramingo, a chi chiede cibo, oppure ha fame e sete di giustizia. Riaffioravano gli antichi valori dell'ospitalità delle civiltà classiche, del cristianesimo antico, del socialismo. Per dirla con Ciampi nacque una nuova idea di patria, non più ispirata al valore della forza, al desiderio della vittoria su altri popoli, ma al desiderio di ricostruire un'umanità di diversi e uguali, attenta alla giustizia, che spesso fugge mentre noi la rincorriamo, ma che non dobbiamo perdere mai di vista. Per questo motivo ritorno spesso a questo libro, che illustra con precisi ricordi ed episodi tutte queste cose e finisce con un atto molto significativo, come l'insegnamento di Rita Reinarone che dà la sua solidarietà a Lidia Fontana, abbandonata in un ospedale, con la salute ormai compromessa, a trent'anni, per le sevizie subite nelle carceri nazifasciste.

Forse sarà interessante per qualcuno saper come è nato il libro.

Anna Maria e io allora insegnavamo e avevamo di fronte allievi con problemi particolari. Qualche anno prima i ragazzi del 1968 erano esplosi contro la società tutta, compresa quella resistenziale. Chiedevano una società migliore. Volevano «tutto e subito», per poter condurre «la fantasia al potere». Non volevano aspettare le nuove generazioni che pure anch'esse volevano contestare. I sessantottini della prima generazione non avevano voluto essere figli, non vollero essere padri (spirituali, naturalmente). Noi cercavamo di aiutare questi nostri allievi, li assecondavamo nel loro desiderio di una scuola nuova, con discussioni di film, accompagnandoli all'università per qualche lezione interessante. Un giorno li conducemmo all'ANPI, per qualche celebrazione. Gli oratori ufficiali che presero la parola presentarono la Resistenza come la lotta dei gladiatori contro il mostro fascista. E i ragazzi si annoiavano. Poi prese la parola Elsa Oliva, una donna combattente, proprio una donna eccezionale che non ebbe mai paura di nessuno. Iniziò a parlare demistificando questo concetto di lotta gladiatoria, espose i problemi che s'incontravano nella quotidianità della vita in formazione, la pericolosità della vita delle staffette che affrontavano rischi ben maggiori di chi, come lei, viveva in formazione con le armi in pugno. Criticò la scelta di chi aveva voluto la costituzione delle repubbliche partigiane (in Carnia, nell'Ossola, a Montefiorino ecc.): costarono troppo sangue. Avremmo dovuto limitarci a colpire e scappare. Elsa finì il suo discorso dicendo: «Se l'ho fatto io, l'avreste fatto, lo potrete fare, anche voi. Quando si vede qualcosa di ingiusto, qualcosa che ripugna alla coscienza, ci si pensa su bene e poi, se si è convinti, ci si deve ribellare. Tutti lo devono fare». Gli studenti furono affascinati dalla sua umanità, dalla profondità e libertà d'espressione.

Forse questa visione della Resistenza così nuova e così aperta pensammo che potesse esserci anche nel discorso di altre donne. Avremmo controllato. Così Anna Maria e io cominciammo il lavoro: un po' per gli allievi, un po' in nome del nuovo movimento femminile che in quegli anni lottava per la completa liberazione della donna.

Il nostro fu un libro fortunatissimo, il lavoro procedette speditamente. Forse noi, io almeno, eravamo partite con una certa presunzione di dover ascoltare chissà quanti luoghi comuni e di perdere molto tempo a controllare le informazioni. Invece no. Nessuna biografia venne scartata, se non per scelta dell'editore che preferì avere un campionario ristretto e omogeneo di partigiane garibaldine piemontesi collocate in una determinata realtà storica. Per quanto riguarda le modalità di raccolta delle testimonianze, la tecnologia d'allora offriva il registratore e la macchina da scrivere. Prima di passare all'intervista vera e propria, si sottoponeva all'interessata un questionario. Non si trattava di una camicia di forza, ma di una griglia di comune partenza per iniziare il colloquio. Ogni partigiana era poi libera di raccontare ciò che preferiva e nel modo che riteneva più opportuno. Alcune erano più concise nella narrazione e il colloquio si risolveva in un intero pomeriggio. Altre, come Teresa, Camilla, Vittoria erano un fiume in piena e quindi furono necessarie più sedute. Dopo aver trascritto le interviste, le verificavamo prima tra noi, per controllare che tutte fosse chiaro e poi con le interessate, che naturalmente potevano modificare qualche espressione o chiarirla. Anna Maria e io svolgemmo anche il ruolo di segretarie, andando a verificare i particolari che le intervistate non ricordavano più perfettamente, come alcuni nomi di capi partigiani, date ecc. Ricordo che Anna Maria riuscì a rintracciare la documentazione relativa a un matrimonio celebrato durante la Repubblica di Alba. Queste ricerche non erano motivate dal dubbio, ma dal desiderio di confermare a ogni intervistata i suoi ricordi, di rassicurarla che tutto ciò che raccontava si poteva dire perché esistevano i riscontri documentaristici. Ripensandoci, facemmo un buon lavoro in sette mesi correndo su e giù per il Piemonte con le nostre utilitarie. Il libro fu subito ben accolto e la nostra metodologia per la storia orale fece scuola e venne usata da altri. Per quanto mi riguarda ero rimasta molto colpita dall'opera di Danilo Montaldi, Militanti politici di base, edito da Einaudi, che aveva trascritto il lavoro dei contadini mantovani in stretto dialetto. Proprio per questo il libro era incomprensibile al resto d'Italia. Le nostre intervistate, però, si esprimevano in lingua, infiorettando il discorso solo di qualche espressione dialettale che noi traducemmo in calce. Non ci furono problemi di comprensione del testo. Il libro finì nelle mani delle donne, anche di molte studentesse che l'apprezzarono e lo diffusero.

A. M. B. – Come ha detto Rachele, quando cominciammo il nostro lavoro, pensavamo di cercare e trovare una Resistenza diversa, però avevamo di fronte l'immagine di una Resistenza imponente, una Resistenza armata, «al maschile», che era difficile, anche per noi, non considerare dominante. Per esempio, le due storie della Resistenza uscite fino allora, cioè quella di Battaglia, del 1953, e quella di Bocca pubblicata negli anni Sessanta, parlavano talvolta delle donne, e anche con termini di grande lode. Battaglia, per esempio, cita un'opera straordinaria, compiuta nel 1945 dalle donne di Torino e di altre città dell'Italia settentrionale, e cioè l'aver festeggiato l'8 marzo mentre ancora era in atto l'occupazione nazista – che, certo, stava per finire: si sapeva che i giochi erano ormai fatti. Per le donne ci sono grandi parole di ammirazione, ma il tutto occupa forse una decina di righe e forse meno. I riferimenti alle donne sono cioè gocce in un lago.

Come ho detto, quest'immagine maschile e armata della Resistenza era così forte che anche Rachele e io, quasi quasi, consideravamo la Resistenza maschile come un grande contenitore che, al suo interno, contenesse una Resistenza diversa, quella femminile; anche noi, cioè, stentavamo, all'inizio del nostro lavoro di ricerca e durante (ma al termine del lavoro non più, naturalmente), a non lasciarci dominare dall'immagine maschile e armata della Resistenza per fare spazio a quella femminile e prevalentemente disarmata.

Come ha ricordato Rachele, fu proprio l'incontro all'ANPI con Elsa Oliva, l'unica «guerriera» fra tutte le donne intervistate nel libro, a farci comprendere quanto fosse diverso il modo di sentire e di vivere la Resistenza di uomini e donne, anche quando entrambi combattevano con le armi. In quell'occasione Elsa parlò in una maniera completamente diversa rispetto ai partigiani maschi, eppure anche lei aveva combattuto la medesima Resistenza degli uomini, era addirittura divenuta comandante di una «Volante»; con lei i ruoli nella Resistenza si erano addirittura capovolti: era la donna che, armata, aveva comandato uomini armati, la donna che nella Resistenza taciuta dice: «l'arma non la tenevo solo per bellezza, ma per mirare e per colpire». Dal punto di vista dell'attività svolta, era esattamente sul medesimo piano degli uomini che avevano parlato prima di lei. Ma presentava queste vicende con una vivacità, una vitalità, un'umanità grandissime. Il suo racconto rappresentò una specie di scossa per gli studenti che diventarono attentissimi: pendevano dalle sue labbra. Allora Rachele e io cominciammo a chiederci: chissà se anche in altre donne troveremmo un'analoga disposizione mentale, un analogo atteggiamento e modo di comportarsi, chissà se troveremmo qualcosa che affascinerebbe anche noi fino a questo punto? Devo dire che, allora, le partigiane erano proprio «taciute». Fino al 1970 io vissi a Mondovì e due delle partigiane intervistate poi per il libro erano proprio di Mondovì e noi prendemmo contatto con loro grazie alla mediazione di un partigiano del posto, Fabrizio Zavattaro. Io ne avevo sentito nominare una soltanto, perché era un personaggio di un qualche spicco nel Partito comunista, ma l'altra mai. La Resistenza femminile, insomma, era veramente «taciuta». Come prima di noi Nuto Revelli, usavamo dei «mediatori» sia per scegliere le persone più adatte sia perché loro, le donne scelte, preavvertite da una persona già conosciuta, potessero aprirsi a noi con fiducia. Nuto Revelli ci fornì due nomi molto importanti: l'ostetrica Maria Rovano, nota con il nome di battaglia «Camilla», e Tersilla Fenoglio Oppedisano, conosciuta come «Trottolina». L'espressione «nome di battaglia» indica naturalmente il loro nome della clandestinità, con il quale erano conosciute nella Resistenza. In realtà né l'una né l'altra combatterono mai battaglie ma svolsero altri compiti: Trottolina, per esempio, nell'inverno 1944-45 e fino alla Liberazione, tenne, come staffetta, i collegamenti tra due raggruppamenti partigiani.

A mano a mano che parlavamo con queste partigiane cadevano, come cade un velo davanti agli occhi, certi pregiudizi che anche noi avevamo. Le interviste furono un lavoro straordinario. Avevo già raccolto in un'altra occasione storie di vita e altre ne raccolsi in seguito: ogni raccolta fu un'esperienza eccezionale e singolare: questa ci fece cambiare completamente opinione sulla Resistenza. L'immagine di una Resistenza completamente maschile e completamente armata cadde per noi e io spero sia caduta anche per altri. Noi la chiamammo «Resistenza taciuta», perché in effetti fu veramente nascosta, tanto che non si riuscirà più a ricostruirne le vere cifre: ormai è tardi ed era già tardi nel 1976. Durante la Lotta di Liberazione, infatti, mentre gli uomini avevano provveduto, anche involontariamente, a lasciare memoria di sé, per esempio scrivendo verbali e altri documenti, le donne, eccetto pochissime, non vi avevano affatto provveduto. Eppure tutte erano consapevoli dei rischi che correvano e dell'importanza di quanto stavano facendo, ed erano donne non soltanto «pari» agli uomini ma che si imponevano e godevano presso di loro di una grande autorevolezza, anche nella vita privata.

Oggi, Resistenza «taciuta», per noi, indica due distinte forme di silenzio: silenzio perché erano donne, ma silenzio anche – e forse soprattutto – perché avevano attuato una Resistenza disarmata. Infatti anche gli uomini attuarono allora forme di Resistenza disarmata che ancora adesso pochi conoscono. Per esempio, uno dei più grandiosi episodi di Resistenza maschile disarmata al nazismo e al fascismo riguardò un intero periodo storico e 600.000, forse 700.000, militari (sulle cifre ancora si discute) italiani internati come prigionieri in Germania, ai quali fu proposto dai nazisti, insistentemente, di arruolarsi o nelle truppe che la Repubblica di Salò stava cercando di costituire o nelle SS italiane. Se rifiutavano, le loro condizioni di prigionia peggioravano notevolmente. Eppure i no furono più del 90 per cento del totale. Di questa Resistenza civile hanno parlato soprattutto gli stessi internati militari: loro hanno cercato di diffonderne la conoscenza, hanno organizzato convegni e scritto libri: in confronto, la storiografia se ne è occupata pochissimo, come del resto il mondo politico (ho usato l'espressione «Resistenza civile», diffusa, come ha ricordato Angela, circa quindici anni fa dallo studioso francese Jacques Sémelin: categoria storiografica che indica «il processo spontaneo di lotta della società civile con mezzi non armati», mentre con «Resistenza nonviolenta» si indica una lotta senza armi che fa riferimento a una strategia o a una filosofia specifiche). Eppure fu, secondo noi, una Resistenza estremamente importante, perché, verificatosi contemporaneamente alla nascita della Repubblica Sociale, questo rifiuto plebiscitario la delegittimò: se avesse ottenuto una buona adesione da questi prigionieri, la Repubblica Sociale avrebbe potuto fondarsi su una base sicura che invece le mancò. La Resistenza, ovviamente disarmata, dei prigionieri militari in Germania ebbe un valore altissimo e fornì una legittimazione, un significato, un riconoscimento alla Resistenza armata delle formazioni partigiane. Senza questo rifiuto di massa, quella dei partigiani sarebbe apparsa una lotta di bande isolate dal sentire comune. Molto probabilmente questa fu la prima e la più grande sconfitta che gli oppositori italiani abbiano inflitto al nazismo e al fascismo. Ed è stata a lungo taciuta, proprio come quella delle donne. Certo in questo caso si potranno recuperare ancora altri dati e cifre: gli stessi internati militari hanno fatto ricerche in merito e, nonostante alcune discrepanze nei numeri, il fenomeno è stato ricostruito; invece la Resistenza femminile è in gran parte perduta. Possiamo però dire che le poche voci da noi raccolte ci resero subito consapevoli che molte altre voci c'erano, anche se non abbiamo potuto raccoglierle. Per farlo, sarebbe stato necessario l'appoggio di strutture come l'Università e non avere, in fondo, quella sorta di fretta da cui, una volta cominciata l'opera, eravamo assillate. Via via che continuavamo nel lavoro, Rachele e io ci rendevamo conto di ciò che avevamo in mano, e ci sembrò fondamentale dare subito visibilità ai nostri risultati. Avremmo potuto lavorare per altri tre o quattro anni e anche più. Nuto Revelli lavorò con maggiore calma, e le sue interviste per Il mondo dei vinti richiesero in tutto circa sette anni. Inoltre a noi parve importante che il racconto di vita delle nostre partigiane venisse riportato integralmente, senza tagli, perché dal «prima» e dal «dopo» si potessero comprendere meglio le loro storie e la storia italiana. E dovevamo anche rimanere nei limiti che l'editore ci aveva posto.

Il «dopo». Queste donne, al termine della guerra, andarono incontro, quasi tutte, a terribili delusioni. Trottolina racconta testualmente:

Facevo tutta quella strada, quaranta chilometri, in un giorno, con sessanta centimetri di neve, ma ero così felice, così entusiasta, proiettata verso il futuro, al di là della Liberazione, quando ci sarebbe stato un mondo di fratelli, un mondo di giustizia, un mondo senza brutture, un mondo di idealità! Poi è crollato tutto. Terribile, terribile, terribile. Per me la Liberazione è stata uno shock (pp. 171-172).

E allo shock contribuirono anche i compagni di lotta che, con parole chiare o meno chiare, ringraziandole o non ringraziandole, le rimandarono a casa. I riconoscimenti ufficiali erano tutti per gli uomini: a Barge, dove aveva operato Maria Rovano, il vicario ebbe subito il riconoscimento, ben prima di lei. In pratica le donne dovettero tornarsene a casa. Per fortuna, come non avevano mai obbedito ciecamente prima, perché erano donne autonome, «disobbedienti», andarono sì a casa, ma disobbedendo: cioè non rimasero chiuse tra le mura domestiche e continuarono, chi più chi meno, a far politica.

Vorrei aprire una parentesi. Il primo editore, con grande intelligenza, scelse di aprire e chiudere il libro con i due racconti di vita più tragici: entrambe le protagoniste avevano sofferto torture e stupri. Aver racchiuso i racconti delle altre entro i loro mise una sorta di sigillo al libro: anche questo potevano subire le donne che resistevano.

Queste donne, dunque, non restarono chiuse in casa, fecero politica, ma senza mettersi in risalto, senza avere e senza chiedere mai posti di spicco, anzi, rimanendo in ombra quasi spontaneamente. Ricevettero anche delle offese. Maria Martini Rustichelli ricorda che durante una riunione di partito lei avanzò una proposta e si sentì rispondere, con lo stereotipo di sempre: «Ma cosa vogliono dire le donne!» Essendo una donna che non obbediva, reagì subito dicendo: «Già, eravamo soltanto buone per rischiare la vita, noi!» e se ne andò. Poi venne richiamata indietro, naturalmente, ma frasi come quella erano piuttosto comuni, e le donne se le sentivano dire dopo aver fatto (per scelta consapevole e personale) tanto e con continuità, anche impoverendosi personalmente. Rita Cuniberti Martini alla fine della guerra non aveva più i soldi messi da parte prima della guerra: erano ventimila lire, una somma prima, e che poi non avrebbero avuto più nessun valore. Ma quei risparmi erano scomparsi nelle continue spese per offrire viveri, medicine ecc. Dunque le donne pagarono duramente la loro partecipazione, sotto ogni aspetto.

A. V. – Io mi limiterò a tratteggiare uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente nel saggio e cioè il diverso peso riconosciuto al ruolo dei partigiani maschi – uomini forti e con le armi –, riconosciuto importante sia durante sia dopo la Resistenza, e delle donne partigiane – che pure svolsero compiti altrettanto importanti ed essenziali per la Lotta di Liberazione –, un ruolo per definizione «minore» che non venne riconosciuto come meritava né durante né dopo la Resistenza.

Vorrei parlare dell'aspetto che mi ha maggiormente colpito di questo libro e cioè la visione che quasi tutte le partigiane intervistate danno del rapporto con i partigiani uomini. Immagino, del resto, che proprio questa sia la ragione per la quale mi avete invitato a discutere del libro: io mi occupo di lotta alla discriminazione di genere, di parità uomo-donna nel lavoro e cerco di combattere per arrivare a una parità che sia sostanziale e non soltanto formale. La parità formale, infatti, esiste sin da quando è stata sancita dall'articolo 3 della nostra Costituzione e poi via via da tutta una serie di normative che in questi sessant'anni di storia italiana sono state fatte in favore della parità formale. Ma la parità sostanziale è ancora di là da venire. Il significato del mio intervento, proprio in questi giorni di festeggiamenti per la donna, di celebrazioni di maniera, è ben riassunto dalla dedica che Anna Maria Bruzzone ha voluto scrivere sulla mia copia del libro: «Nell'amore comune per la Resistenza delle donne».

In questi giorni mi è venuta in mente una battuta di Mafalda, il personaggio disegnato da Quino (io sono argentina e lo amo particolarmente), alla dichiarazione di un tale: «Uomini e donne, siamo tutti uguali davanti a Dio!»: «Ma da che oculista va?» Nella grande produzione storiografica le donne sono un oggetto storiografico a dir poco secondario. Sono icone, hanno dato un contributo, come dice Anna Bravo nella prefazione alla nuova edizione del libro, quindi sono elementi di contorno, non protagoniste: tenevano i collegamenti, si occupavano di informazione, trasportavano le armi, gestivano le reti di assistenza negli ospedali e nelle case, promuovevano l'organizzazione di «Soccorso Rosso», assaltavano anche magazzini di viveri, talvolta, ma restano elementi di contorno. Anna Bravo osserva acutamente che l'uso della parola «staffetta» per indicare il ruolo tipico delle donne nella Resistenza è stato «miniaturizzante», del tutto inadeguato allo svolgimento da parte delle donne di compiti assolutamente indispensabili per la lotta al nazifascismo. Pare, invece, che si debba rispettare una sorta di scaletta di priorità: bisogna prima dire che è partigiano chi ha portato le armi, chi le ha usate, chi è stato arrestato, chi è stato torturato, chi ha avuto un ruolo formale negli organici dell'organizzazione. Le donne, invece, paiono inconciliabili con le armi perché «deboli», anche se in realtà alcune partigiane le armi le hanno usate: la storia di Elsinki, il nome di battaglia di Elsa Oliva, è sicuramente una delle più toccanti del libro per il modo con cui racconta questa sua storia. In conclusione, è innegabile che alcune donne usarono le armi, ma per lo più sono state ritenute estranee alla politica, alle decisioni importanti; erano quelle insomma che svolgevano operazioni di contorno. Ci sono gli uomini forti che portano le armi e combattono le battaglie e ci sono le donne deboli: non siamo ancora riuscite a vincere questo stereotipo a distanza di sessant'anni, questa è la battaglia ancora così viva per tutte noi. Infatti siamo ancora qui a constatare che siamo pochissime rappresentanti nelle istituzioni elettive, in parlamento, nei consigli regionali, nei consigli comunali; non riusciamo tuttora a sforare il «soffitto di cristallo», quella barriera invisibile ma solidissima che ci impedisce di raggiungere posizioni dirigenziali sul posto di lavoro e, soprattutto, siamo ancora qua a constatare che, per esempio, a parità di accesso, la disoccupazione femminile è il doppio di quella maschile. E tutto questo nonostante la legislazione, da sessant'anni a questa parte, sia tutta volta a cercare di raggiungere una parità sostanziale. Ho ripreso un altro testo di storia che avevo esaminato a suo tempo, quello di Pavone, il saggio sulla moralità nella Resistenza: Una guerra civile, un titolo che allora aveva sollevato grandi discussioni: la Resistenza poteva o non poteva essere chiamata «guerra civile?», o doveva essere definita soltanto «lotta di liberazione»? Nel saggio, Claudio Pavone parla di Elsa Oliva e afferma che per le donne la scelta tra sparare o non sparare era «il corollario del secolare dilemma tra la rivendicazione dell'uguaglianza con gli uomini e l'affermazione della diversità». In sostanza, Pavone porta l'esempio di Elsa Oliva descrivendola come una donna che fu comandante partigiana, che faceva legare gli uomini al palo, che giustiziò un fascista; la descrive come un uomo, lascia cioè capire che Elsa Oliva, durante la Resistenza, si comportò come un uomo. Invece Elsa, ne La Resistenza taciuta, racconta che, nella propria famiglia, la parte cedevole era rappresentata dal padre, un uomo poco politicizzato che, piuttosto di andare incontro a tanti guai, avrebbe anche ceduto, prendendo la tessera del partito fascista. La madre, invece, socialista e figlia di socialisti, non avrebbe mai permesso al marito di iscriversi al partito. L'elemento forte della famiglia è la madre, da cui Elsa, evidentemente, «eredita» i tratti del carattere. Elsa racconta della sua cattura, della fuga dal treno che dovrebbe portarla in Germania, del suo tentativo di coinvolgere nella fuga altri uomini… Elsa descrive il suo rapporto con gli uomini in queste vicende con una grande sensibilità e dice: «Io curavo i miei compagni ma non li servivo, se uno voleva un panino se lo faceva, se doveva lavarsi la gavetta o i calzini se li lavava, io non ero andata da loro per lavare i piatti, per rattoppargli i pantaloni, io ero andata per combattere». A queste affermazioni segue il racconto divertente di come Elsa si lavasse tutti i giorni al fiume, con qualsiasi tempo, a costo di fare un buco nel ghiaccio, mentre i partigiani maschi erano pigri e preferivano non lavarsi e indossare panni sporchi piuttosto che patire il freddo. E ricorda episodi assolutamente belli come le visite al suo bambino dato a balia, che andava a vedere di nascosto per assicurarsi che stesse bene, senza mai parlargli o confidarlo a qualcuno per timore che i fascisti potessero ricattarla. Elsa, insomma, non si comporta «come un uomo», era semplicemente una donna forte che combatteva per l'emancipazione femminile, che, dopo aver visto come andò a finire nel dopoguerra, dichiarò: «Se io avessi potuto fare qualcosa contro, l'avrei fatto subito, qualunque cosa, perché non è giusto, non solo verso di noi che abbiamo combattuto il fascismo, ma anche verso il tutto popolo italiano e verso quelli che sono morti nella lotta», e che condannò la ricostituzione del partito fascista. Una donna che continua la propria attività anche nel dopoguerra: «Nella mia attività politica, per risolvere un problema mi viene un'idea e la esprimo. Non viene raccolta. Dopo quindici giorni salta fuori un uomo del mio stesso gruppo che mi espone la mia stessa idea. Mi è capitato più di una volta. È non voler accettare un rapporto paritario. L'uomo fa fatica ad abbandonare la posizione di privilegio che ha, gli pare di diventare meno uomo…»

Elsa è la figura chiave di questo libro, la figura più combattiva, e per questo è stata paragonata a un uomo.

A. M. B. – Invece no, Elsa è una guerriera, non un guerriero. Come ha già ricordato Rachele, Elsa a suo tempo espresse un parere critico sulla questione della Repubblica dell'Ossola, perché era noto in anticipo che quel territorio non sarebbe stato difendibile a lungo; quella scelta, in sostanza, sarebbe costata ai partigiani un numero di vittime superiore rispetto ai vantaggi politici e anche simbolici della proclamazione della Repubblica dell'Ossola. Elsa, pur riconoscendo il significato politico e simbolico della Repubblica dell'Ossola, ha sempre ritenuto che non si sarebbe dovuto mettere in secondo piano il costo in vite umane. Era cioè una guerriera che sapeva dosare, anche in guerra, i vantaggi e gli svantaggi in termini di vite umane, un tipo di valutazione che molti uomini non fecero.

Aggiungo, riprendendo l'accenno di Alida alla vecchia polemica su Resistenza e guerra civile, che sono d'accordo con Claudio Pavone quando considera la Resistenza una guerra civile, che oppose cittadini della medesima nazione, ma anche una guerra patriottica e una guerra di classe. Tra l'altro Pavone fu proprio il primo a citare, e molto, il nostro libro.

Ritorno alla storia anomala che questo libro ha vissuto, alle nuove possibilità di lettura della Resistenza che offre oggi, e alle indicazioni per altre lotte, senza armi, che suggerisce.

A distanza di quasi trent'anni, noi guardiamo il libro con occhi diversi. Qual è stata, almeno per me, la guida principale di questo percorso di trasformazione? Soprattutto gli studi delle pratiche di Resistenza civile e di Resistenza nonviolenta che, dagli ultimi decenni del Novecento, si stanno diffondendo ovunque e che oggi non è più possibile ignorare. (Oltre a Sémelin voglio almeno citare, per il campo della nonviolenza, l'americano Gene Sharp).

Appena raccolte, queste storie di vita ci avevano colpito per la scelta giusta che le protagoniste avevano compiuto e che poi aveva influenzato tutte le loro scelte successive, e anche per il modo in cui l'avevano compiuta. Tutte le storie di vita rivelavano una consapevolezza tranquilla dei rischi che avrebbero dovuto affrontare, come se agire in quel modo fosse stata la cosa più naturale del mondo, e non contenevano né toni retorici né accenti eroici.

Al marito che le propone una missione faticosa e pericolosa che lui non può compiere perché malato di cuore – si trattava di guidare un comandante partigiano al suo luogo di destinazione in montagna – Maria Rustichelli chiede subito, senza entusiasmo: «Non può andarci qualcun altro?» «No, nessuno conosce la strada. Andresti tu?» insiste il marito, e lei: «Se c'è da andare, ci vado», ammettendo chiaramente che questo compito le costa. Trent'anni dopo usa le medesime parole, riconoscendo tranquillamente la sua iniziale riluttanza.

Durante la stesura del libro e in seguito, mi sono chiesta che cosa avesse spinto queste donne alla scelta originaria e a tutte quelle che ne seguirono. Il fatto che quasi tutte avessero, fin dall'infanzia, sperimentato la miseria e l'ingiustizia anche nella loro durezza estrema, non mi appariva una risposta sufficiente, che spiegasse tutto. Altre persone, con passato analogo e in analoghe situazioni, agirono in modo opposto o non agirono affatto. Più convincente mi appariva il fatto che molte avessero avuto in famiglia esempi di impegno politico e sociale, il padre e/o la madre, per esempio. Molte, dicevo, ma non tutte. Naturalmente è sempre molto difficile individuare le cause ultime delle scelte personali, a cominciare dalle nostre. La risposta che mi ha maggiormente persuasa mi è stata suggerita da un testo di Hannah Arendt, pubblicato in originale nel 1964, ma tradotto in Italia soltanto nel 1991, sulla rivista «Micromega». Il testo, che ho ripreso in questi giorni, si riferisce a coloro che non collaborarono con il regime nazista; l'autrice si chiede perché si comportarono così, correndo il rischio di venir uccisi, come spesso si verificò. La sua risposta è: «Non collaborarono perché la loro coscienza non funzionava in modo automatico. Cioè non obbedivano a ideologie o regole apprese o innate. Non collaborarono perché si chiedevano fino a che punto avrebbero potuto restare in pace con se stessi se avessero commesso certi atti». Hannah Arendt conclude: «Nei casi estremi si rifiutarono di uccidere non per obbedienza rigorosa al comandamento "non uccidere" ma piuttosto perché non volevano convivere con un assassino, cioè con se stessi». E aggiunge, riportandoci ai nostri giorni: «Basta che immaginiamo che cosa sarebbe accaduto del regime nazista se un numero sufficiente di persone avesse agito come loro, per capire quale arma efficace potrebbe essere il non collaborare. Si trattava di una delle tante forme di azione nonviolenta». Un punto di vista, quello di Hannah Arendt, molto nuovo per il 1964. Una forma di azione nonviolenta di questo genere viene ricordata nel film Rosenstrasse di Margarethe von Trotta, basato su una vicenda vera: nel marzo del 1943 centinaia di donne «ariane» protestarono nella Rosenstrasse, nel cuore di Berlino, per la liberazione dei propri mariti ebrei, imprigionati appunto in un edificio della Rosenstrasse e in procinto di essere mandati ad Auschwitz. Gli uomini vennero liberati e alcuni di loro, già inviati nel lager, vennero riportati indietro. Queste donne riuscirono nel loro intento perché la loro protesta era stata visibile e anche perché, all'epoca, il regime cominciava a vacillare: Stalingrado era caduta e per la prima volta i nazisti intravedevano l'eventualità di perdere la guerra. Per il regime era quindi fondamentale togliere dalla Rosenstrasse quelle centinaia di donne. Nel film la vicenda viene purtroppo falsata da un episodio inventato, un appuntamento sessuale tra una di queste mogli e Goebbels, che sottrae significato alla protesta.

Scrivendo il libro noi non collegammo assolutamente le lotte di queste donne con quelle di Gandhi, avvenute ben prima del nostro studio, né con le lotte di Martin Luther King, ucciso nel 1968, o con le lotte degli obiettori di coscienza inglesi durante la Prima guerra mondiale; tra questi ultimi c'era Bertrand Russell che in seguito protestò per il disarmo nucleare e creò il Tribunale Russell contro i crimini di guerra. Né, come ho già detto, collegammo le lotte raccontate nel libro con la Resistenza civile dei militari italiani internati in Germania.

Le novità che avevamo colto durante il nostro studio furono soprattutto altre, che nascevano dalle questioni poste in quegli anni dal movimento femminista. Infatti, una delle due domande che ci venivano rivolte più spesso dopo la pubblicazione del libro era: «Nella Resistenza le donne avevano raggiunto o sentito vicina la parità con i compagni uomini, sì o no?» La nostra risposta, che emergeva dalle storie di vita raccolte, era «Sì, la parità fu per lo meno una speranza molto vicina». E l'altra, ripresa poi da Anna Bravo nella sua prefazione alla nuova edizione del libro, era: «La Resistenza ha giovato, dopo, alle donne?» E noi, sempre sulla base dei racconti delle protagoniste, rispondevamo: «No, o almeno non nell'immediato». Le donne della Resistenza trasmisero, probabilmente, alla generazione delle figlie la propria volontà di emancipazione e di libertà, ma questa è una valutazione da accertare. Il fatto è che le nostre partigiane, come molte altre, disobbedirono, continuando a impegnarsi nel mondo esterno. Un altro elemento che ci colpì allora fu la capacità delle donne di lottare non soltanto per un futuro diverso, ma anche per migliorare, già nel presente, la loro vita e quella degli altri, soprattutto dei bambini stremati dalla fame, dal freddo, dalle malattie. Per difenderli, le donne avevano organizzato scioperi, protestato, assaltato magazzini di viveri e di carbone. Azioni di questo genere non soltanto sono raccontate dalle nostre partigiane ma si trovano teorizzate nei testi dei Gruppi di difesa della donna. Benché abbia conosciuto al suo interno anche momenti di crisi, questa organizzazione fu comunque una grande esperienza. Nel suo Atto Costitutivo, del novembre 1943, è scritto:

Le donne italiane non devono rimandare l'azione liberatrice […] Con gli scioperi, con le fermate di lavoro, con le dimostrazioni di massa vogliono strappare l'aumento delle razioni alimentari, oggi insufficienti a garantire il minimo necessario alla vita, l'alloggio delle famiglie dei sinistrati e degli sfollati, il riscaldamento, i vestiti e le scarpe per affrontare il durissimo quinto anno di guerra, l'aumento dei salari […] a uguale lavoro uguale salario [allora, durante la guerra, lo chiedevano!], i locali necessari alle scuole, il buon riscaldamento e la refezione, i vestiti e le scarpe per i bambini […].

E soprattutto dicevano questo:

Un litro di latte, un pezzo di pane, un chilo di carbone strappato al nemico possono voler dire la salute di un bimbo italiano, sono un colpo che demolisce la macchina di guerra del nemico, ormai alla fine. Difendere il nostro pane vuol dire aiutare a cacciare i tedeschi.

C'è in queste frasi un'idea avanzatissima di ciò che bisognava fare subito per sconfiggere l'avversario.

Un'altra cosa che notammo mentre lavoravamo al libro fu l'estrema varietà oltre che delle vite, anche del linguaggio: discorsi ricchi di emotività contenuta a stento, come quello della donna con cui si apre il libro, e che racconta dello stupro subito; discorsi asciutti, essenziali, fermi, tesi all'esattezza, come quello di Rita Cuniberti Martini che parlando consultava i propri appunti autobiografici; discorsi estremamente vivi, come quello di Camilla, fatto di scene che sembrano tratte da un film; racconti impetuosi come quello di Trottolina, che era una maestra elementare e leggeva Bacone, e si esprimeva in maniera colta. Trottolina era stata intervistata da Revelli, anni prima, per il Mondo dei vinti: con lui, riferendosi ai giovani che accorrevano in montagna, aveva parlato di «renitenti alla leva», mentre con noi usò più liberamente il termine «disertori».

Ci sono però alcuni tratti comuni a quasi tutti i racconti, come il Leitmotiv della pietà: Nelia «piange senza lacrime», «con dei singulti», quando vede i giovani partigiani trucidati a Torino, in Piazza Statuto; sua madre piange consolando le madri degli uccisi; Maria Rustichelli e Rita Martini sono disperate di fronte alla morte di compagni e compagne. E c'è, ancora più significativa, la pietà verso il nemico vinto. Camilla, a guerra appena finita, entra, insieme a Barbato [il comandante partigiano Pompeo Colajanni], in una cantina dove un gruppo di partigiani sta prendendo a calci una donna che, messo in salvo un gruppo di fascisti, li riforniva di viveri e armi. Immediatamente, Camilla si avvicina alla donna e le tira pietosamente giù i vestiti. Barbato, colpito, fissa Camilla e dice ai suoi queste sacrosante parole: «Fermatevi, ragazzi, perché noi non dobbiamo fare quel che han fatto loro. Noi siamo umani. Se 'sta donna dovrà essere processata, sarà processata». E intanto copre la donna piena di lividi e la fa portare in ospedale perché sia medicata. Nelle parole di Lidia Fontana, poi, la pietà diventa rimorso per aver ceduto a un compagno che le imponeva di tagliare i capelli a una ragazza che aveva frequentato i fascisti. Lidia dice: «L'ho fatto, ma subendolo come una violenza a me stessa». Sono immagini che distruggono degli stereotipi, ai quali, invece, ricorrono spesso alcuni uomini politici di oggi, anche quelli che, avendo responsabilità di governo, proprio dagli stereotipi dovrebbero rifuggire.

Dovendo dare un giudizio conclusivo sul nostro libro, direi che questi racconti di vita non sono racchiusi in un lontano passato. Risalgono a circa trent'anni fa, ma non sono remoti. Rileggendoli, com'è accaduto ad altri, vi ritrovo immancabilmente dei legami con il presente. Per esempio, da qualche anno – e in particolare il 15 febbraio del 2003 – imponenti cortei hanno sfilato nelle città di tutto il mondo, manifestando orrore per gli orrori della guerra ma unendo alle note drammatiche anche elementi festosi, come abbigliamenti estrosi e vivaci, canti, danze, i colori dell'arcobaleno, per rivelare il desiderio di pace, ma anche di amore e di felicità. Desideri che ho ritrovato nelle parole delle nostre partigiane e che allora, durante il lavoro di raccolta dei materiali e nel 1976, alla pubblicazione del libro, non avevo rilevato con la medesima chiarezza di oggi. Nonostante il dolore, la sofferenza e la presenza continua della morte, le partigiane della Resistenza taciuta sapevano godere dei doni grandi e piccoli che la vita può dare. Rubando il titolo a un film famoso, Rachele un giorno disse che queste donne volevano «il pane e le rose»; io direi: «il pane e le viole», per ricordare un episodio raccontato nel libro da Teresa Cirio. Teresa un giorno viaggiava in treno per trasportare documenti di estrema importanza in una valigia con doppio fondo. All'improvviso il treno venne bombardato e dovette fermarsi. I viaggiatori si buttarono giù stendendosi a terra e Teresa con loro, coprendo con il proprio corpo la preziosa valigia. Sollevando la testa, si rese conto di essere sdraiata in un prato pieno di viole e «tutta contenta» – queste sono le sue parole –, dimenticando il bombardamento, si mise a raccoglierne un mazzolino. A distanza di trent'anni, l'episodio, così chiaramente legato a una stagione fondamentale della propria esistenza e alla gioventù, potrebbe essere stato rivissuto da Teresa con nostalgia, abbellito nel ricordo. Invece sono sicura di no, come dimostrano, per esempio, certi passi del Diario partigiano della torinese Ada Gobetti, in cui si parla di felicità nella Resistenza, e alcuni documenti coevi, contemporanei cioè alla Resistenza, dei già citati Gruppi di difesa della donna, costituiti nel novembre 1943 da donne comuniste, socialiste e del Partito d'Azione (tra queste ultime c'era Ada Gobetti). Erano gruppi aperti a donne di qualunque orientamento politico, religione, estrazione sociale e culturale, purché intenzionate a lottare contro il nazifascismo. In alcuni di questi documenti compaiono il medesimo amore per la gioia e il medesimo desiderio di felicità di Teresa, sentimenti che, evidentemente, nonostante i tempi durissimi, erano davvero diffusi tra le donne. Sempre nel documento costitutivo dei Gruppi si legge: «[Vogliamo che] sia alleviata ogni pena, sia libera ogni gioia». È un progetto bellissimo, che non so se un uomo abbia (o avrebbe) mai enunciato in questo modo; forse sì, ma non ho mai avuto occasione di sentire o di leggere analoghi progetti maschili, espressi con tanta determinazione. E nelle nostre interviste (tranne la prima e l'ultima, come ho già detto), la Resistenza femminile non è coperta da una cappa cupa, ma si muove in un grande spazio aperto al desiderio di felicità e alla capacità di goderne.

A. V. – Vi sono anche altri aspetti peculiari, tipicamente «femminili» che emergono nelle parole delle partigiane: il ricordo di episodi della propria vita privata, che ovviamente tutte continuarono ad avere anche durante la lotta, i tanti dettagli di vita normale, quotidiana: l'aspetto delle persone, i loro abiti ecc.

A. M. B. – In ultimo vorrei ricordare la recentissima recensione al nostro libro di Gianni Cerutti, un giovane studioso che lavora all'Istituto storico della Resistenza di Novara. Nella recensione Cerutti parla dei territori occupati e dice:

Ma le società occupate possono difendersi costruendo reti sociali alternative in grado di contendere quotidianamente il consenso alla potenza occupante. Il fenomeno armato appare, allora, come una conseguenza di questo complesso processo sociale. Altri sono i luoghi dove viene detto il «no» decisivo che è l'essenza della Resistenza. E i racconti della Resistenza taciuta ci mostrano non solo com'è fatta dall'interno la colonna portante di questo reticolo sociale, ma anche quel fenomeno, segnalato da Paula Schwartz in un saggio del 1987, di politicizzazione dei ruoli familiari. Anche la vita quotidiana diventa campo di lotta, anzi la vita quotidiana è il campo di lotta [da «Nuova Resistenza Unita», periodico dell'Associazione «Casa della Resistenza» di Fondotoce, Verbania, nn. 1-2, 2004].

Le sue parole mi hanno fatto pensare a tutti gli spazi concreti e fisici di questa Resistenza che, secondo Cerutti, dice il «no» decisivo. Spazi minimi, a volte, ma che sommandosi formavano un grande reticolo all'interno del territorio occupato. Per esempio, la piccola e modesta casa di Rita Martini quando, in certi momenti, era stracolma di pacchi di indumenti e medicine da mandare in montagna. Guai se allora avessero fatto una perquisizione! O la cameretta in cui Maria Rustichelli ospitava partigiani feriti o malati o braccati. O le tante borse e valigie con il doppio fondo che celavano documenti di vitale importanza, e i corpi stessi delle donne, infilati in calzoncini o in bustini appositi rigonfi di materiale di stampa clandestina. Calzoncini e bustini che talvolta si rompevano, esponendo a rischio di morte chi li portava, come racconta Teresa Cirio. La tesi di Cerutti richiama la domanda di Hannah Arendt: «Che cosa sarebbe stato del regime nazista se il numero dei non collaboratori fosse stato sufficiente?»

R. F. – Concordo sul giudizio che una Resistenza civile diffusa rende quasi nulla l'opera di un oppressore. Tuttavia mi pare giusto ricordare che nel 1940-45, con la società così com'era, senza una resistenza a Stalingrado, senza uno sbarco in Normandia, non avremmo vinto la guerra. L'opera dei combattenti al fronte è stata fondamentale come l'opera dei resistenti che, in tutt'Europa, hanno permesso una collaborazione vittoriosa tra lotta armata guerreggiata, resistenza armata e resistenza civile. Oggi c'è senz'altro una coscienza civile maggiore, ma allora, in un'Italia educata a «credere, obbedire, combattere», con i nazisti fino all'ultimo ben decisi a vincere eliminando ogni oppositore, non sarebbe stato possibile avere la vittoria con la sola resistenza civile.

A. M. B. – Certamente: allora quasi nessuno pensava che si potessero fare lotte totalmente senza armi. In Italia Gandhi non era conosciuto o era conosciuto male, Capitini era in carcere, ma chi lo conosceva? Io non farei paragoni, non si può dire: «Allora avrebbe potuto vincere una Resistenza civile o una Resistenza nonviolenta». Piuttosto, allora le forze in campo erano più o meno pari, dal punto di vista militare. Ma oggi, com'è possibile che un popolo combatta contro un oppressore dotato degli attuali potentissimi mezzi militari? Oggi, o si trovano altri modi – e non possono essere che i modi della Resistenza civile e/o della Resistenza nonviolenta – oppure si è destinati a soccombere. Senza contare che le Resistenze civili o quelle nonviolente creano civiltà, mentre le guerre producono spaventosi guasti morali, cioè barbarie.

A. D. M. – Credo che sia fondamentale il creare una preparazione, un terreno adatto. E infatti, il caso degli ebrei danesi – che furono salvati nella quasi totalità mentre in Europa più dell'80 per cento degli ebrei vennero sterminati – è stato possibile là dove c'era una società non antisemita, che quindi percepiva le leggi razziali come estranee e orrende. Una società, in sostanza, che dai suoi vertici, dal re (il fatto che portasse cucita sulla giacca la stella gialla può anche essere una leggenda, ma è comunque significativo che si sia diffusa…) fino ai comuni cittadini che nascondevano gli ebrei nelle loro case, ha realizzato un'opposizione che ha impedito ai nazisti di portare a termine la soluzione finale in Danimarca. Per fare tanto ci vogliono determinate condizioni e credo che per noi, oggi, sia particolarmente importante meditare, per esempio, sulle riflessioni di Hannah Arendt. Per noi oggi, rivisitare questi avvenimenti significa anche chiederci come possiamo impedire di trovarci in condizioni in cui la distruttività arrivi a un grado tale che oggi significherebbe solo autodistruzione, come dimostra ciò che accade non soltanto in Palestina ma a livello globale.

S. T. – Vorrei porre una domanda: nell'immediato dopoguerra, l'invito più o meno velato a tornarsene a casa rivolto alle donne, fu sicuramente anche frutto dei pregiudizi di genere dei singoli uomini. Ma fu pronunciato – o sottinteso – anche da personaggi eminenti della sinistra, proprio coloro che, intenzionati a cambiare il mondo, a renderlo differente, avrebbero dovuto essere più sensibili alla necessità di un cambiamento anche nei ruoli di genere. Questo loro atteggiamento non potrebbe essere stato una scelta politica consapevole (e sicuramente molto discutibile) per evitare di turbare la frattura appena ricomposta nel paese, la concordia trasversale appena stabilita con gli altri partiti?

A. M. B. – Potrebbe essere. Ma tendo a credere che possa essere stato frutto, anche nei migliori, di un vecchio abito mentale, di difficoltà a vedere in grande in quel campo. E quanto all'oggi, alla parità sostanziale di cui ha parlato Alida e che è tutt'altro che raggiunta, mi sembra che la politica di sinistra stia esprimendo, purtroppo, personaggi piccoli e scarsità di programmi; e che dietro certe lacune – il non riprendere certi discorsi, il non farsi carico sino in fondo di certe lotte – non vi siano né una visione organica né tattiche e tanto meno strategie politiche.

R. F. – A mio parere, se nel 1945-46 la sinistra accettò l'idea del rientro delle donne nell'antico codice di comportamento, questo fu determinato dalla politica di assestamento del primo dopoguerra, regolato dagli accordi di Yalta, con Togliatti che già pensava al compromesso storico con i cattolici e voleva rassicurare la società benpensante del conservatorismo e perbenismo dei comunisti in merito alla posizione della donna e della famiglia.

Se questa politica ebbe allora qualche giustificazione, non sono accettabili certi atteggiamenti dei nostri dirigenti di oggi che paiono dettati da un maschilismo inveterato, cieco, senza alcuna giustificazione politica, neppure di corto respiro.

 
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Autore Albero